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"PROFESSIONALITA' E COMPETENZA LE DOTI DI UN BUON DS"

Con il tecnico dev'esserci sempre sintonia. Nel calcio di oggi bisogna avere più coraggio e pazienza

In una squadra di calcio professionistica sono presenti varie figure a livello dirigenziale: le due principali sono il direttore generale ed il direttore sportivo. Al primo compete la gestione della società in ogni suo aspetto, sia sul piano amministrativo che sportivo, mentre l'altro è la figura che si occupa soprattutto di supervisionare l'area tecnica. Cerchiamo di capire nel dettaglio quali sono le funzioni e i compiti di entrambi chiamando in causa Sergio Fincati, attuale vice direttore generale del Mantova Football Club.

Quali sono i compiti di un direttore sportivo?
A differenza di un direttore generale, che ha competenze più ampie, il direttore sportivo concentra il proprio lavoro sull'area tecnica. L'aspetto più importante riguarda ovviamente la squadra e per questo motivo è fondamentale avere un buon rapporto con ogni sua parte: dai giocatori del settore giovanile agli atleti della prima squadra, fino ad arrivare all'allenatore, con il quale dev'esserci un legame forte in assoluta simbiosi, specialmente per quanto riguarda l'acquisto o la cessione dei giocatori durante il mercato.

Nella campagna acquisti/cessioni come collaborano ds e allenatore?
È una fase delicata per ogni società e quindi tra ds e allenatore deve esserci sempre un intenso scambio di opinioni: entrambi devono ragionare insieme su come poter migliorare la rosa, ovviamente cercando di rispettare il più possibile il budget messo a disposizione dalla proprietà. Molto infatti dipende da quest'ultimo aspetto, che diventa sempre più determinante in un periodo economico così difficile come quello attuale e soprattutto per le cosiddette piccole squadre. Se la società ha risorse economiche notevoli, durante le trattative avrà una certa forza e in fase di mercato avrà un impatto maggiore rispetto a chi ha budget ridotti e deve perciò puntare principalmente su scambi o acquisti temporanei.
In ogni caso, a prescindere da questo aspetto, la scelta viene fatta in concerto tra tecnico e ds: il primo suggerisce in quali ruoli intervenire, il secondo invece conduce le trattative vere e proprie con le altre società e i procuratori dei vari giocatori.

Quali doti e conoscenze deve possedere un ds per essere un buon dirigente?
Il ds può essere considerato l'anima della parte tecnica della società. Per quanto riguarda la gestione della prima squadra, deve avere competenze tecniche non trascurabili, per intuire alcune varianti da apportare sotto l'aspetto tattico – qualora ce ne fosse bisogno – e proporle all'allenatore. Dev'essere in grado di individuare nuovi assetti tecnico-tattici per migliorare le prestazioni della squadra, suggerendo talvolta la sostituzione di uno o più giocatori. Inoltre, è necessario avere abilità nelle trattative per l'acquisto o la cessione dei calciatori, per dare all'allenatore una rosa adeguata al sistema di gioco che si vuole attuare.
Ogni ds deve anche gestire con un occhio di riguardo il settore giovanile, che può essere considerato la fucina di nuovi talenti da inserire in futuro nella rosa della prima squadra. In questo caso bisogna coadiuvare il lavoro dei vari tecnici e degli osservatori e soprattutto stabilire le linee programmatiche del settore giovanile.
Infine, occorre anche avere buone doti relazionali, perchè il ruolo del ds lo porta a diventare, se svolge bene il proprio lavoro, un trait d'union fra società e squadra.

Il ds viene anche coinvolto nella scelta dell'assetto tattico da dare alla squadra?
In realtà no, generalmente questo non avviene. Quando si verificano certe situazioni un ds può entrare nel merito con l'allenatore, ma sempre mantenendo un rapporto basato sul dialogo e sul confronto, mai sull'imposizione di determinate scelte. Queste infatti devono essere prese esclusivamente dall'allenatore, anche se il ds deve essere sempre considerato come un punto di riferimento, un consulente su alcuni aspetti che riguardano anche l'impostazione della squadra.

Nell'organigramma di un club quali altri ruoli esistono a livello dirigenziale?
Fra il ds e i vertici della società si inserisce la figura del direttore generale, che ha il ruolo di supervisore di tutto ciò che accade all'interno della società. Le sue competenze sono molto diverse e variano dall'aspetto economico al marketing, ai rapporti con la proprietà e le società affiliate. Proprio per questo motivo, rispetto al ds ha competenze maggiori ed eterogenee tra loro, ma anche in questo caso deve avere buone conoscenze tecniche.
Questa è l'impostazione generale di una squadra professionistica, ma poi possono anche esserci altre figure, specie nelle società più importanti: una di queste è il team manager, che si occupa principalmente dei giocatori della prima squadra tenendo in considerazione anche aspetti prettamente logistici. Quando ad esempio viene acquistato un nuovo calciatore, è il team manager che provvede all'affitto dell'appartamento in cui alloggerà, ed è sempre lui a pianificare i viaggi o le trasferte per quei giocatori convocati nelle varie rappresentative. Tutte queste dinamiche cambiano ovviamente in rapporto alla dimensione del club.

Com'è cambiato nel tempo il ruolo del direttore sportivo?
L'aspetto che ha influenzato maggiormente la sua evoluzione è stata la diffusione del procuratore come figura di riferimento per i calciatori. Prima era il ds a dominare il calciomercato come uomo-immagine portando avanti le trattative direttamente con i giocatori e le rispettive società. Negli ultimi decenni invece, con l'intervento dei procuratori, si è inserita una figura completamente nuova tra ds e calciatore. Questa novità ha avuto un peso notevole nel mondo del calcio, specialmente se consideriamo che al giorno d'oggi qualsiasi giocatore – ad ogni livello professionistico – si avvale di un procuratore.
Paradossalmente, si può dire che ormai è il procuratore a gestire la carriera del calciatore e a creare determinate situazioni che si realizzano proprio attraverso la cessione del giocatore da un club ad un altro, con l'obiettivo di migliorarne la carriera dal punto di vista sportivo o anche meramente economico. Per questo motivo si può dire che la figura del procuratore è diventata decisiva sotto questo aspetto.

Parlando dell'aspetto lavorativo, come avviene l'inserimento di un ds in una società?
Bisogna innanzitutto distinguere le due situazioni che si possono verificare: un ds infatti può essere ingaggiato da un club in sostituzione di un altro dirigente, oppure essere chiamato a lavorare per una società appena nata.
Nel primo caso il ds deve prendere in mano da subito la situazione, facendo una valutazione primaria della potenzialità tecnico-tattica della squadra, stabilire una politica di sviluppo per il settore giovanile e poi cercare di mettere in pratica le sue idee facendo leva sull'esperienza acquisita e sulla propria professionalità, tenendo ovviamente conto che dev'essere in linea con la filosofia del club per il quale è chiamato a lavorare. In sostanza, nella fase iniziale il ds deve mantenere una certa continuità col passato, per poi far emergere progressivamente le proprie idee.
Nel secondo caso invece, può mettere in pratica determinati progetti fin da subito, a seconda di come vuole impostare il club e in base alle caratteristiche che, a suo giudizio, lo stesso club deve possedere. Ad esempio, può decidere di lavorare su una squadra esperta per avere più possibilità di raccogliere risultati positivi nel breve periodo, oppure programmare un ciclo di qualche anno e quindi dare più spazio ai giovani per cercare di valorizzarli. È però sempre il ds a dettare le politiche techico-tattiche della società, a prescindere dalla situazione.

Nel calcio anglosassone è nata nel tempo una figura ancora inesistente nel panorama italiano: il general manager, ovvero un tecnico che assume anche il ruolo di direttore sportivo. Oltre a questa, quali sono secondo lei le principali differenze tra i due sistemi?
Nel calcio anglosassone l'allenatore ha più spazio, proprio perchè fa anche il manager e quindi è chiamato a scegliere le politiche gestionali della società seguendo da vicino le trattative che riguardano i calciatori. Decide lui se andare a trattare un giocatore, se prenderlo oppure no. Dal punto di vista amministrativo si può dire che ha un doppio ruolo: è un mix fra direttore sportivo e direttore generale.
Potenzialmente potrebbe costituire un vantaggio, se applicato al nostro sistema, perchè permetterebbe secondo me di superare la figura del procuratore durante le trattative. Però al momento mi risulta difficile dare un giudizio più approfondito: il nostro calcio non prevede general manager ed è quindi difficile capire quali sarebbero i limiti sul piano gestionale.

Il calcio italiano sta vivendo una grave crisi sotto diversi aspetti: risultati deludenti, appeal in declino rispetto agli altri campionati europei, mancanza di risorse economiche. Secondo lei come si può uscire da questo tunnel?
La situazione purtroppo è sotto gli occhi di tutti: il calcio italiano in questo periodo è in grande difficoltà economica specie per quanto riguarda le società medio-basse. Serve innanzitutto molta più professionalità e meno interessi personali. Bisogna tornare a lavorare in prospettiva, con gente che abbia il coraggio di lanciare i giovani: credo sia questa l'unica possibilità per i club di trovare una via di sfogo in questo momento di crisi

Lei crede che le principali cause di questa situazione siano esclusivamente di carattere economico o anche di natura tecnica?
Penso che la situazione attuale sia dovuta ad entrambi i fattori. Senza dubbio la più determinante è la mancanza di risorse economiche, ma a mio parere manca anche il coraggio di attuare politiche diverse rivolte ai giovani per ammortizzare i costi di gestione. Inoltre, occorre trovare gente preparata che lavori con coscienza, competenza e professionalità e non più seguendo solo gli interessi personali. Ci vuole anche una buona dose di pazienza, perchè a volte i risultati fanno fatica ad arrivare anche se la strada seguita è quella giusta. In Italia invece si vuole tutto e subito ed è proprio per questo motivo che molti dirigenti sono restii a lanciare i giovani nelle proprie squadre.
Ci vorrebbero corsi specializzati per formare i nuovi dirigenti, per far capire loro quali dinamiche potrebbero svilupparsi nelle società in cui si troveranno a lavorare, per cercare di portare avanti discorsi all'unisono attuando a tutti i livelli una politica differente verso un progressivo ridimensionamento del calcio italiano.

30 gennaio 2012

Notizia redatta da Roberto Dalla Bella