Pillole di storia

UNA DONNA NEL MITO

I Giochi di Mosca '80 furono condizionati dall'ennesimo boicottaggio, ma nel cielo della capitale sovietica brillò la stella di Sara Simeoni, la prima donna a superare il muro dei 2 metri nel salto in alto

Le Olimpiadi di Mosca 1980 dovevano essere l'occasione ideale per mostrare al mondo – e in particolare ai paesi occidentali – la potenza dell'Unione Sovietica, una supremazia basata su disciplina, metodo e applicazione, tre principi fondamentali nella cultura del regime stalinista. Pur essendo i Giochi moderni basati sull'intenzione nobile “di rendere il mondo migliore attraverso lo sport”, l'edizione moscovita arrivava in piena guerra fredda e finì per essere fortemente condizionata dalla situazione politica di quel periodo, che stava diventando più delicata che mai.

Lo spirito olimpico fu ancora una volta rovinato da un pretesto politico. Alla fine del 1979 l'esercito sovietico invase il territorio dell'Afghanistan in sostegno al governo locale filocomunista e soprattutto in opposizione ai ribelli integralisti musulmani. L'Afghanistan faticava a riprendersi da una guerra civile che aveva provocato decine di migliaia di vittime e l'azione militare decisa dal regime stalinista peggiorò ulteriormente le cose. Il conflitto continuerà per tutto il decennio seguente, provocando in totale oltre un milione di morti.

Subito dopo l'invasione da parte delle truppe sovietiche, molti dei comitati olimpici nazionali cominciano a riflettere sulla partecipazione ai Giochi dell'estate successiva. In poco tempo si fa strada l'ipotesi del boicottaggio, che trova tra i principali sostenitori gli Stati Uniti. La prima nazione a prendere posizione in questo senso è però l'Arabia Saudita, sdegnata per l'azione militare avviata dai sovietici e decisa a dimostrare la propria vicinanza al popolo afghano. Il fronte dei favorevoli al boicottaggio si allarga progressivamente secondo queste due direttrici: da una parte gli Stati Uniti che si rifiutano di mandare in Russia la propria delegazione e invitano a fare altrettanto tutti gli altri paesi del blocco occidentale e dall'altra l'Arabia Saudita, che trascina nella protesta la maggior parte dei paesi musulmani.

Anche in Italia la pressione sugli atleti diventa elevata. Il governo opta per il boicottaggio in rispetto dell'alleanza diplomatica con gli Stati Uniti, ma in questo caso la decisione finale dev'essere presa dal CONI. Alla fine si arriva ad un compromesso: così come altre nazioni (per esempio Francia e Gran Bretagna), l'Italia partecipa ai Giochi, ma con una rappresentativa priva degli atleti che appartengono ai corpi militari. Inoltre, in Russia non ci saranno né il nostro tricolore né l'inno di Mameli, sostituiti dalla bandiera del CIO e dall'inno olimpico.

Per gli atleti costretti a rinunciare al sogno di vincere una medaglia olimpica la delusione è forte. Si allenano da anni per partecipare ai Giochi e dover rimanere a casa per una vicenda che non ha niente a che fare con lo sport è una decisione difficile da accettare. La storia del judoka bresciano Ezio Gamba è indicativa per capire il loro malessere e soprattutto la voglia di vivere comunque questa esperienza, andando anche contro le imposizioni esterne. Appartenente all'Arma dei carabinieri e quindi escluso dalla delegazione in partenza per Mosca, Gamba decide di congedarsi pochi giorni prima della partenza pur di non mancare. Il suo coraggio viene premiato e Gamba vince la medaglia d'oro nel judo, nella categoria dei pesi leggeri.

La vittoria del judoka bresciano va ad aggiungersi ad altri successi dei nostri atleti, che porteranno il totale di medaglie a 15 (di cui 8 ori, 3 argenti e 4 bronzi), un risultato notevole dopo il deludente bottino raccolto a Montreal quattro anni prima.

Uno dei trionfi più esaltanti degli azzurri è quello di Sara Simeoni nel salto in alto. In finale si presenta come l'atleta da battere, forte del record del mondo fatto registrare due anni prima in un meeting di Brescia. All'epoca l'unica donna capace di sfondare il muro dei 2 metri era la tedesca Rosemarie Ackermann, che aveva abbattuto quella soglia simbolica in una gara del 1977 a Berlino. La Simeoni riuscì a portare il limite a 2,01 m: a Mosca era lei la favorita, complice anche l'assenza forzata di un'altra sua rivale storica – Ulrike Meyfarth – che non poté partecipare per il boicottaggio della Germania Ovest.

La data che l'atleta veneta di Rivoli Veronese non potrà mai dimenticare è sabato 26 luglio 1980, giorno in cui allo stadio Lenin di Mosca si disputa una delle gare più importanti dell'atletica leggera, la finale di salto in alto femminile. Nonostante l'assenza della Mayfarth, per la Simeoni il cammino verso una medaglia è pieno di insidie: il pericolo principale ha il fisico asciutto e lo sguardo di ghiaccio della Ackermann, campionessa in carica dopo l'oro canadese di Montreal '76 e decisa a ristabilire la propria leadership dopo aver perso il record del mondo proprio a favore dell'azzurra.

Prima ancora che una guerra di nervi, in cui freddezza e lucidità sono le doti più importanti per arrivare fino in fondo, il salto in alto a cavallo tra anni Settanta e Ottanta è soprattutto un confronto tra stili diversi. Ai Giochi messicani del 1968, Dick Fosbury aveva infatti introdotto una delle più radicali innovazioni dell'atletica leggera, abbandonando il classico stile ventrale per una nuova metodologia di salto, più efficace e semplice da imparare, che passò alla storia dello sport proprio con il suo nome. Nel decennio successivo lo stile Fosbury fu adottato dalla maggior parte degli atleti, tra cui la stessa Simeoni. Rosemarie Ackermann rimase invece fedele alla tecnica ventrale e, a distanza di tanti anni, verrebbe da chiedersi come sarebbe finita quella finale olimpica se anche l'atleta tedesca avesse adottato lo stile Fosbury.

Quello che sembra essere solo un dettaglio è in realtà ciò che nello sport – e nel salto in alto in particolare – fa la differenza tra il successo e la sconfitta, tra la vittoria più importante della carriera e la delusione di un sogno coltivato per quattro anni. Il desiderio della Ackermann di bissare l'oro di quattro anni prima si infrange contro l'asticella, che per tre volte viene abbattuta anziché superata, cadendo a terra sulla pista del Lenin Stadium come una ghigliottina inesorabile che segna il tramonto definitivo della tecnica ventrale. Alla fine, la tedesca deve accontentarsi del quarto posto con la misura di 1,94 m: a lottare per l'oro rimangono Sara Simeoni, la tedesca dell'Est Jutta Kirst e la giovanissima polacca Urszula Kielan, non ancora ventenne.

La Simeoni sarà l'unica delle tre a superare l'asticella a 1,97; le altre due avversarie rimaste in gara commettono invece tre errori consecutivi e rimangono ferme alla misura precedente. Per soli tre centimetri, la veronese diventa campionessa olimpica, mentre l'argento va alla Kielan per aver commesso meno errori rispetto alla Kirst nel salto di 1,94.

Nelle immagini televisive trasmesse in tutto il mondo, la Simeoni e la Kielan sono inquadrate a pochi metri l'una dall'altra, mentre scoppiano entrambe in un pianto incontenibile. Se quello dell'atleta polacca è il volto distrutto di una sconfitta amara arrivata proprio nel momento più bello, quelle della Simeoni sono lacrime di liberazione per un oro meritato, cercato e inseguito per quattro lunghi anni.

Anche alla successiva Olimpiade di Los Angeles la Simeoni sarà grande protagonista, ma pur arrivando ai 2 metri dovrà accontentarsi del secondo posto alle spalle della Meyfarth, che si aggiudicherà l'oro con 2,02 m.

Con la vittoria di Mosca, Sara Simeoni entrò di diritto nella storia del salto in alto come una delle atlete più forti in assoluto. Prima ancora di Valentina Vezzali e Federica Pellegrini, fu lei l'anima rosa del nostro sport. Il CONI le tributò l'onore di portare il tricolore nella cerimonia di apertura dei Giochi estivi di Los Angeles '84 e nella chiusura dell'Olimpiade invernale di Torino 2006; le sue avversarie in pedana – prima tra tutte Rosemarie Ackermann – ne hanno sempre apprezzato il talento e l'onestà: ecco perchè, a distanza di tanti anni, la Simeoni va ancora considerata un modello a cui tutte le giovani atlete del presente e del futuro cercano giustamente di ispirarsi.

31 maggio 2012

Notizia redatta da Roberto Dalla Bella