Qualche tempo fa, in un precedente articolo, abbiamo raccontato
la storia sportiva del Piccolo Brasile. Al successo di quella squadra, che fece vivere ad un'intera città un'avventura entusiasmante, contribuirono soprattutto due persone, uomini di calcio per i quali Mantova rappresentò l'inizio di una lunga carriera nel mondo del pallone: Edmondo Fabbri e Italo Allodi.
Edmondo Fabbri nacque a Castel Bolognese nel 1921. Ultimo di cinque figli, quando fu scelto nel 1957 dalla dirigenza del Mantova era alla prima esperienza assoluta come allenatore, ma aveva alle spalle una discreta carriera da giocatore. Tra gli anni Quaranta e la prima metà dei Cinquanta, aveva infatti indossato le maglie di Atalanta, Sampdoria e Parma, giocando per due stagioni anche nell'Inter.
Dopo il ritiro dall'attività agonistica decise di continuare a lavorare nel calcio e accettò l'offerta del Mantova. Nonostante fosse solo al suo primo incarico come allenatore, riuscì in pochi anni a creare una squadra unita e coesa e nell'arco di sole quattro stagioni fece risalire i virgiliani dalla Serie D, portandoli addirittura nella categoria più prestigiosa, la Serie A. Il suo merito principale fu quello di trasmettere ai giocatori una mentalità vincente: se all'epoca la tattica più usata era il catenaccio, Fabbri impose ai suoi uno stile di gioco più offensivo, spregiudicato e per questo avvincente, portando il Mantova ad affrontare a viso aperto qualsiasi avversario.
L'anno più fortunato nel capoluogo lombardo fu il 1962: il Mantova, alla prima stagione assoluta in Serie A, si salvò senza affanni e chiuse il campionato al nono posto. Fabbri ricevette il Seminatore d'oro come miglior allenatore dell'anno e il suo nome cominciò ad essere affiancato alle panchine più prestigiose. L'unica vera trattativa fu quella con l'Inter: l'ex allenatore del Piccolo Brasile trovò l'accordo con il presidente nerazzurro Moratti, che però decise all'ultimo momento di mandare all'aria l'accordo e confermò Helenio Herrera. Per Fabbri fu una grossa delusione, ma ben presto si presentò l'occasione giusta per rifarsi.

Dopo il fallimentare mondiale del 1962, i dirigenti della federazione lo scelsero infatti come commissario tecnico della nazionale per portare gli azzurri al mondiale successivo, che si sarebbe disputato in Inghilterra. L'allenatore romagnolo accettò con grande entusiasmo e questa nuova avventura iniziò per lui nel migliore dei modi, con una vittoria in trasferta contro l'Austria attesa da trentacinque anni. Anche come ct, Fabbri portò avanti la propria idea di calcio offensivo, basato su giocatori in grado di impostare il gioco e che non si preoccupassero solo della fase difensiva.
Il cammino di qualificazione ai mondiali è una marcia trionfale e l'Italia vola in Inghilterra con grandi prospettive, ma nella partita decisiva del girone gli azzurri vengono clamorosamente sconfitti dalla Corea per 1-0, con il gol decisivo di Pak Doo-Ik che passa alla storia.

Per la formazione azzurra è una disfatta senza precedenti e a pagarne le conseguenze è soprattutto Fabbri, reo secondo la stampa di non aver saputo reggere la pressione di un evento così importante e di non essere in grado di assumersi le proprie responsabilità. L'ormai ex ct arriva addirittura ad accusare i medici di aver volutamente drogato i giocatori per favorire la sconfitta della nazionale, nell'ottica di un complotto ai suoi danni architettato dagli stessi dirigenti della federazione.
La sconfitta sportiva diventa un dramma umano e per Fabbri inizia un periodo difficile che segnerà per sempre la sua carriera da allenatore. A ridargli fiducia è il Torino, che gli affida la panchina della squadra nel 1967: sotto la sua guida, che durerà fino al 1969, i granata ottengono buoni risultati in campionato e conquistano la Coppa Italia nel 1968, successo che Fabbri bisserà due anni più tardi dopo essere passato al Bologna. La sua carriera continuò per tutti gli anni Settanta e si concluse al termine della stagione 1980-81 alla guida della Pistoiese.
Edmondo Fabbri morì nel luglio 1995 e al suo funerale parteciparono molti ex giocatori e vari esponenti del suo mondo, il calcio. Ad uno di loro, Arrigo Sacchi, uno dei figli affidò una confidenza breve, ma in grado di spiegare al meglio quello che era successo al padre dopo quella sfortunata partita del mondiale 1966: “Anche a distanza di tanti anni, papà non è mai riuscito a superare il trauma della Corea”.

L'inizio della carriera di Fabbri come allenatore del Mantova è legato indissolubilmente alla figura di Italo Allodi, dirigente dei virgiliani che poi fece le fortune della Grande Inter di Angelo Moratti passando alla storia come il primo general manager del calcio italiano. Nato ad Asiago nel 1928, anche per lui Mantova rappresentò l'inizio di una illustre carriera, in questo caso da dirigente. Entrato nella società lombarda nel 1955 come segretario amministrativo, divenne ben presto una figura sempre più importante, collaborando attivamente al lavoro di Fabbri e contribuendo in prima persona ai successi della squadra.
Nel 1959 assunse l'incarico di direttore sportivo dell'Inter e – grazie anche ad alcune intuizioni azzeccate (come l'acquisto di Burgnich) – legò di fatto il proprio nome all'epopea della squadra nerazzurra, che vinse tra l'altro due Coppe Campioni e due Intercontinentali.
Dopo una parentesi di quattro stagioni come dirigente della Juventus, nel 1974 Allodi fu nominato responsabile del centro sportivo di Coverciano. In questo periodo, durato otto anni, portò avanti un progetto che rivoluzionò per sempre il calcio italiano, imponendo che chiunque volesse diventare allenatore dovesse necessariamente frequentare un corso di formazione.

La cosiddetta “riforma Allodi” altro non era che il punto di partenza dell'attuale “patentino”, suddiviso in varie categorie a seconda delle serie professionistiche, che ogni allenatore deve possedere per poter allenare una squadra. “È l'unico sistema per rilanciare il calcio italiano – afferma in un'intervista del settembre '76 – e se si vogliono raccogliere i frutti bisogna prima di tutto preparare gli istruttori”. Coverciano divenne così a tutti gli effetti un vero e proprio centro di formazione per gli aspiranti allenatori, che possono contare sul contributo di ex allenatori e giocatori per avere una preparazione sempre più completa e approfondita.
Dopo l'esperienza in federazione, Allodi decise di ritornare a fare il dirigente e lavorò prima nella Fiorentina e poi nel Napoli. Nel 1986 fu coinvolto in uno scandalo di scommesse (il secondo in pochi anni, dopo quello del 1980): ne uscì assolto, ma profondamente segnato come uomo e dirigente, tanto che decise di ritirarsi anche in seguito ad un ictus che lo colpì all'inizio dell'87 a causa del troppo stress.