Pillole di storia

L'epopea di una piccola squadra di provincia nel calcio italiano degli anni Sessanta

DALL'INFERNO AL PARADISO: LA STORIA DEL "PICCOLO BRASILE"

Guidata dalla coppia Fabbri-Allodi il Mantova ottenne numerose promozioni e nel 1967 contribuì alla vittoria dello scudetto da parte della Juventus

Nel mondo dello sport, si sa, alcune imprese del passato sono entrate a far parte dell'immaginario comune e rimangono indimenticabili anche a distanza di decenni. La loro portata è talmente grande che, in mancanza delle testimonianze dirette alle quali la tecnologia ci ha ormai abituati, vengono tramandate di generazione in generazione e diventano patrimonio personale anche di coloro che non hanno avuto la fortuna di assistervi. Ciò avviene, a maggior ragione, in periodi storici e contesti particolari, all'interno dei quali un risultato sportivo esce dalla mera dimensione numerica e statistica per assumere un significato molto più ampio. In altre parole, non è solo il risultato in sé a decretare la portata di un'impresa sportiva, ma anche il contesto in cui essa è avvenuta, soprattutto se a farle da sfondo è una piccola città di provincia che fino ad allora non era mai salita alla ribalta delle cronache sportive, e non lo sarebbe più stata per parecchio tempo.

All'inizio degli anni Duemila, molti appassionati di calcio hanno seguito con simpatia le gesta del Chievo Verona, una squadra di un piccolo quartiere del capoluogo veneto che nel giro di pochi anni ha saputo guadagnarsi la prima promozione in serie A riuscendo a diventare ben presto una realtà di riferimento all'interno della geografia dell'Italia pallonara.

Qualcosa di simile accadde anche nel secondo dopoguerra, nella vicina provincia di Mantova: la squadra locale, retrocessa nel 1954 nell'allora IV serie riuscì a risalire nell'arco di poche stagioni nelle serie superiori arrivando addirittura nella massima serie.

Edmondo Fabbri Italo Allodi insieme a Franco Carraro negli anni Settanta

 

L'epopea del “Piccolo Brasile” – espressione con la quale quella squadra è passata alla storia e che fu coniata da un giornalista toscano che ne ammirò il gioco spettacolare – comincia nella seconda metà degli anni Cinquanta e si lega, oltre che ad una città intera che ne seguì le gesta con immensa passione, a due persone che plasmarono dal nulla un progetto ambizioso: Edmondo Fabbri, l'allenatore che riusciva a trasmettere ai giocatori la grinta per tenere testa a qualunque avversario, e Italo Allodi, da molti definito il primo general manager del calcio italiano. Mantova fu per entrambi l'inizio di una carriera importante: finita la propria esperienza in riva ai laghi, Fabbri passò infatti addirittura alla guida della nazionale (anche se i risultati non furono affatto positivi), mentre Allodi contribuì assieme ad Angelo Moratti a costruire la cosiddetta Grande Inter, una squadra che conquistò numerosi successi in Europa e nel mondo.

Nel giro di appena due anni, il Mantova (che può contare sui capitali della Ozo, la ditta proprietaria della raffineria che ha sede in periferia e fa da sponsor al club) sale in serie C grazie a due promozioni consecutive. La stagione 1958-59 è un testa a testa con il Siena che si risolve solo con uno spareggio in campo neutro a Genova: allo stadio Marassi i virgiliani, che nel frattempo hanno abbandonato il colore celeste e ora vestono una divisa bianca con banda trasversale rossa, vengono seguiti da diecimila tifosi e li ripagano con una prestazione di grande spessore: la formazione di Fabbri si impone grazie ad un gol di Fantini e viene così promossa in serie B.

 

Una formazione del Mantova nella stagione '61-'62 Un'immagine del debutto in serie A del Mantova, in casa della Juventus

 

Gli anni Sessanta vedono il Mantova salire nell'olimpo del calcio italiano, ritorno sancito da una vittoria per 2-0 sul Brescia alla terz'ultima giornata del campionato 1960-61. Per tenere fede all'impegno di costruire una squadra ambiziosa anche in serie A, la società acquista in poche stagioni giocatori che in seguito si ritaglieranno uno spazio notevole anche a livello internazionale, come ad esempio gli stranieri Sormani (riserva di Pelé nel Santos e che giocò anche con le maglie di Roma, Milan, Napoli e Fiorentina), Alleman (che segnò nella partita di debutto del 1961-62, in casa della Juventus) e Schnellinger (autore del gol del pareggio che portò ai supplementari la semifinale Italia-Germania di Messico '70, contribuendo a farla diventare la Partita del Secolo) e un giovanissimo Dino Zoff, che divenne poi colonna della Juventus e della nazionale.

Il 1° giugno 1967 Mantova vive il momento più alto della propria storia sportiva: in un Martelli stracolmo (alla fine gli spettatori presenti saranno oltre 24 mila, record ancora imbattuto) per l'ultimo turno della stagione, l'Inter si gioca la partita decisiva per conquistare lo scudetto.

I biancorossi non hanno più nulla da chiedere al campionato, ma non hanno alcuna intenzione di facilitare la vittoria agli avversari. In avvio di ripresa succede l'imponderabile: il portiere nerazzurro Sarti non riesce a trattenere un tiro tutt'altro che irresistibile di Di Giacomo che termina in rete e lo svantaggio resterà tale fino a fine gara. Il Mantova si impone per 1-0 e l'Inter – che una settimana prima aveva perso la finale di Coppa Campioni contro il Celtic – deve accontentarsi della seconda posizione alle spalle della Juventus, che vince così lo scudetto.

Facchetti consola Sarti dopo l'errore che costò all'Inter lo scudetto '67

20 dicembre 2011

Notizia redatta da Roberto Dalla Bella