Nel mondo dello sport, si
sa, alcune imprese del passato sono entrate a far parte
dell'immaginario comune e rimangono indimenticabili anche a distanza
di decenni. La loro portata è talmente grande che, in mancanza delle
testimonianze dirette alle quali la tecnologia ci ha ormai abituati,
vengono tramandate di generazione in generazione e diventano
patrimonio personale anche di coloro che non hanno avuto la fortuna
di assistervi. Ciò avviene, a maggior ragione, in periodi storici e
contesti particolari, all'interno dei quali un risultato sportivo
esce dalla mera dimensione numerica e statistica per assumere un
significato molto più ampio. In altre parole, non è solo il
risultato in sé a decretare la portata di un'impresa sportiva, ma
anche il contesto in cui essa è avvenuta, soprattutto se a farle da
sfondo è una piccola città di provincia che fino ad allora non era
mai salita alla ribalta delle cronache sportive, e non lo sarebbe più
stata per parecchio tempo.
All'inizio degli anni
Duemila, molti appassionati di calcio hanno seguito con simpatia le
gesta del Chievo Verona, una squadra di un piccolo quartiere del
capoluogo veneto che nel giro di pochi anni ha saputo guadagnarsi la
prima promozione in serie A riuscendo a diventare ben presto una
realtà di riferimento all'interno della geografia dell'Italia
pallonara.
Qualcosa di simile
accadde anche nel secondo dopoguerra, nella vicina provincia di
Mantova: la squadra locale, retrocessa nel 1954 nell'allora IV serie
riuscì a risalire nell'arco di poche stagioni nelle serie superiori
arrivando addirittura nella massima serie.

L'epopea del “Piccolo
Brasile” – espressione con la quale quella squadra è passata
alla storia e che fu coniata da un giornalista toscano che ne ammirò
il gioco spettacolare – comincia nella seconda metà degli anni
Cinquanta e si lega, oltre che ad una città intera che ne seguì le
gesta con immensa passione, a due persone che plasmarono dal nulla un
progetto ambizioso: Edmondo Fabbri, l'allenatore che riusciva a
trasmettere ai giocatori la grinta per tenere testa a qualunque
avversario, e Italo Allodi, da molti definito il primo general
manager del calcio italiano. Mantova fu per entrambi
l'inizio di una carriera importante: finita la propria esperienza in
riva ai laghi, Fabbri passò infatti addirittura alla guida della
nazionale (anche se i risultati non furono affatto positivi), mentre
Allodi contribuì assieme ad Angelo Moratti a costruire la cosiddetta
Grande Inter, una squadra che conquistò numerosi successi in Europa
e nel mondo.
Nel giro di appena due
anni, il Mantova (che può contare sui capitali della Ozo, la ditta
proprietaria della raffineria che ha sede in periferia e fa da
sponsor al club) sale in serie C grazie a due promozioni consecutive.
La stagione 1958-59 è un testa a testa con il Siena che si risolve
solo con uno spareggio in campo neutro a Genova: allo stadio Marassi
i virgiliani, che nel frattempo hanno abbandonato il colore celeste e
ora vestono una divisa bianca con banda trasversale rossa, vengono
seguiti da diecimila tifosi e li ripagano con una prestazione di
grande spessore: la formazione di Fabbri si impone grazie ad un gol
di Fantini e viene così promossa in serie B.

Gli anni Sessanta vedono
il Mantova salire nell'olimpo del calcio italiano, ritorno sancito da
una vittoria per 2-0 sul Brescia alla terz'ultima giornata del
campionato 1960-61. Per tenere fede all'impegno di costruire una
squadra ambiziosa anche in serie A, la società acquista in poche
stagioni giocatori che in seguito si ritaglieranno uno spazio
notevole anche a livello internazionale, come ad esempio gli
stranieri Sormani (riserva di Pelé nel Santos e che giocò anche con
le maglie di Roma, Milan, Napoli e Fiorentina), Alleman (che segnò
nella partita di debutto del 1961-62, in casa della Juventus) e
Schnellinger (autore del gol del
pareggio che portò ai supplementari la semifinale Italia-Germania di
Messico '70, contribuendo a farla diventare la Partita del Secolo) e
un giovanissimo Dino Zoff, che divenne poi colonna della Juventus e
della nazionale.
Il
1° giugno 1967 Mantova vive il momento più alto della propria
storia sportiva: in un Martelli stracolmo (alla fine gli spettatori
presenti saranno oltre 24 mila, record ancora imbattuto) per l'ultimo
turno della stagione, l'Inter si gioca la partita decisiva per
conquistare lo scudetto.
I
biancorossi non hanno più nulla da chiedere al campionato, ma non
hanno alcuna intenzione di facilitare la vittoria agli avversari. In
avvio di ripresa succede l'imponderabile: il portiere nerazzurro
Sarti non riesce a trattenere un tiro tutt'altro che irresistibile di
Di Giacomo che termina in rete e lo svantaggio resterà tale fino a
fine gara. Il Mantova si impone per 1-0 e l'Inter – che una
settimana prima aveva perso la finale di Coppa Campioni contro il
Celtic – deve accontentarsi della seconda posizione alle spalle
della Juventus, che vince così lo scudetto.
