Con la vittoria ottenuta lo scorso giugno nella doppia finale playoff ai danni del Padova, il Novara è tornato in Serie A dopo addirittura cinquantacinque anni passati nelle serie inferiori. Per tutto questo tempo, intere generazioni di tifosi hanno sofferto accanto alla propria squadra del cuore nei periodi più bui della società piemontese, la cui storia è stata più volte messa a repentaglio a causa di alcuni illeciti sportivi che hanno rischiato di portarla al fallimento.
In un calcio come quello attuale, sempre più corrotto e pervaso da continui scandali di ogni genere che ne minano la credibilità agli occhi dei tifosi, in cui l'attenzione è rivolta esclusivamente alla continua ricerca del business con l'effetto deleterio di allontanare sempre più la gente dagli stadi, un evento storico come il ritorno nella massima serie di una piccola squadra di provincia dopo un'attesa di oltre mezzo secolo ci offre la possibilità di viaggiare indietro nel tempo e analizzare l'evoluzione (o, per certi aspetti, l'involuzione) del calcio italiano fino ai giorni nostri.
Il campionato di Serie A 1955-1956 si concluse con il Novara al penultimo posto con soli ventisei punti in trentaquattro partite: la formazione che fino a pochi anni prima schierava tra i propri titolari una leggenda del calcio italiano come Silvio Piola (nella foto in basso) fu pertanto retrocessa nella serie cadetta insieme alla Pro Patria. Dal giugno di quell'anno iniziò il declino degli azzurri, che si persero per decenni nei meandri delle serie B e C senza riuscire a risalire nel calcio che conta, per poi tornare alla ribalta delle cronache sportive solo negli ultimi tempi.
Se avessimo a disposizione una macchina del tempo per tornare a vivere una qualsiasi partita di quel campionato non faremmo nemmeno in tempo a sederci sugli spalti che ci accorgeremmo subito di una differenza sostanziale rispetto al calcio italiano di oggi: gli stadi erano infatti sempre pieni e accoglievano le gesta dei campioni osannati dai tifosi solo ed esclusivamente la domenica. Il calcio spezzatino e il turno infrasettimanale erano all'epoca espressioni sconosciute: le squadre giocavano tutte insieme alla stessa ora e per entrare in uno stadio bastava armarsi di un po' di pazienza, mettersi in coda al botteghino e acquistare il biglietto, senza preoccuparsi per esempio degli attuali vincoli di residenza imposti per motivi di ordine pubblico nelle partite più delicate.
Oggi invece vedere una partita allo stadio richiede numerosi sacrifici e la pazienza dei tifosi viene messa a dura prova, a partire dai meccanismi burocratici che rendono sempre più difficile acquistare un biglietto. Le prime restrizioni furono introdotte alcuni anni fa con l'obbligo alle società di vendere ticket nominali: ad ogni tifoso il proprio biglietto che, in quanto nominale, dev'essere esibito con un documento d'identità valido al momento dell'ingresso.
L'ultimo escamotage in questo senso è stato studiato dall'ex Ministro dell'Interno Maroni, ma la cosiddetta tessera del tifoso ha però reso la situazione ancora più insostenibile. Prevista per impedire l'ingresso negli stadi di delinquenti per i quali la partita è il pretesto per creare disordini, questo strumento ha finito per colpire anche chi va allo stadio solo per sostenere la propria squadra, rendendo ancora più difficile l'acquisto dei biglietti soprattutto per le partite più importanti.
Abituati come siamo a cogliere le differenze tra il passato e il presente, l'impatto maggiore è invece dato da ciò che non ha mantenuto il passo dei tempi che cambiano. La nostra riflessione non può quindi escludere la situazione attuale degli stadi, rimasti purtroppo nelle stesse condizioni in cui erano negli anni Cinquanta, tranne quei pochi che furono rinnovati per i mondiali del 1990.
Invece di costruire nuovi impianti sportivi o almeno ristrutturare quelli già esistenti per renderli più accoglienti e confortevoli invogliando così la gente a vedere le partite allo stadio, gli unici lavori sono stati portati avanti in nome della sicurezza: una componente che di certo non va mai sottovalutata, ma che da sola non basta a ridurre il divario con gli stadi europei, senz'altro più all'avanguardia da ogni punto di vista.
Negli anni Novanta il calcio italiano ha dovuto reinventarsi per far fronte alla nascita delle televisioni a pagamento, che hanno acquistato a peso d'oro i diritti per trasmettere le partite del campionato mettendo però talvolta in secondo piano le esigenze delle squadre, dei giocatori e degli stessi tifosi. Se all'inizio le pay tv furono considerate soprattutto un'opportunità per la crescita e il rinnovamento dell'intero sistema, a distanza di quasi vent'anni si può dire che i vari Stream, D+, Sky e Mediaset Premium hanno contribuito – insieme ad una gestione tutt'altro che oculata delle risorse economiche da parte dei presidenti delle varie società – a snaturare il calcio italiano, relegandolo alla dimensione di business anziché sport.
Se da una parte la Serie A è stata davvero per un certo periodo il campionato più bello del mondo e una meta ambita per i fuoriclasse più affermati, dall'altra oggi ci troviamo a fare i conti con la crisi del pallone. I milioni ricavati dalla vendita dei diritti televisivi alle pay tv hanno avviato un circolo vizioso che ha portato il sistema sull'orlo del fallimento. Anziché utilizzarli per rinnovare gli stadi e investire nei vivai, i presidenti dei club italiani hanno accettato il compromesso arrivando però spesso a scialacquare le risorse a disposizione andando a caccia di talenti sopravvalutati in giro per il mondo, pagando loro stipendi esagerati per diversi anni con il risultato di farli diventare un peso per le stesse società. I costi sono ormai diventati insostenibili ed ecco spiegato il motivo che spinge le società a cercare di espandere il proprio giro d'affari verso mercati esteri, assecondando le pay tv e mettendo in secondo piano la qualità del campionato. Più partite in calendario significa maggiore visibilità per le televisioni, ma anche maggiori sacrifici per i tifosi, ai quali vengono imposte partite a orari improponibili in qualsiasi giorno della settimana.
(Attilio Tesser)
Anche se non si può vivere di rimpianti, ripensando al calcio italiano degli anni Cinquanta è normale reagire con un po' di malinconia. Più epico e poetico, era innanzitutto uno sport con valori importanti (come ad esempio l'attaccamento alla maglia) che nel tempo sono stati sacrificati in nome del business. È vero che la copertura mediatica del calcio di oggi ci permette di vivere le partite in maniera diversa rispetto al passato e di ammirare anche i fuoriclasse che giocano nei campionati stranieri, ma da questo punto di vista con i vari Rivera, Mazzola, Riva, Baggio e Conti la nostra Serie A ha sempre avuto un certo fascino: rinunciarvi in virtù di un sistema più moderno che snaturi il nostro amato pallone è davvero l'unica strada?