La scorsa settimana abbiamo parlato di enogastronomia e cultura. Accennavamo alla passione del grande Gianni Brera per la buona tavola. Questo ci ha ispirato nel nostro viaggio all'interno dell'entroterra dell'Area1 alla scoperta di sapori della tradizione culinaria Veneta e del Trentino/Alto Adige Sud Tirol. Ci siamo anche chiesti se territori e cucina potessero sposarsi all'interno di tradizioni ludico - sportive che avessero origine nelle nostre zone. Perciò, dopo la prima puntata dedicata ad una trattoria della Valpolicella, abbiamo pensato di parlare di uno sport nazionale che trae origine proprio dalla provincia veronese. La nostra inviata Alice Russo ha così raccolto alcune informazioni riguardo l'origine del tamburello.Speriamo di poter solleticare la vostra curiosità e di inaugurare una nuova rubrica che possa trarre spunto anche da coloro che sono appassionati, come noi, delle antiche tradizioni dei nostri luoghi.
Davide Caldelli, Vice Presidente Panathlon club Università di Verona Gianni Brera
Il gioco alla palla con il tamburello appare per la prima volta in un piccolo villaggio della provincia di Verona, Quaderni, frazione del Comune di Villafranca, dove si cominciò a giocare agli inizi del 1800. Ma a Quaderni questo gioco non è solo nato, dalla fine del 1800 al 1970 il piccolo paese ha anche dominato la scena del tamburello nazionale.
Il tamburello, nato come gioco campagnolo, ha la sua anima nelle sue origini più remote, quando era la passione di molti paesi veronesi, mantovani, piemontesi, liguri e toscani. All’inizio del secolo scorso il tamburello era molto fiorente in provincia di Verona, specialmente a Fumane, Sant’Ambrogio, Negrar, San Pietro in Cariano, Povegliano, Valeggio, Lazise, Bardolino e San Giovanni Lupatoto. Alla sera ogni paese si riversava in piazza e attendeva la propria squadra per poi bere e festeggiare un’eventuale vittoria. E anche a quei tempi le scommesse sulle partite, dette “pire”, tenevano agitate le acque. Le squadre non indossavano una divisa in principio: di solito sfoggiavano i calzoni della domenica, la camicia bella e le scarpe di tela.
Solo il capitano, il più bravo e il più ricco, si distingueva per i calzoni bianchi, per una camicia a quadri sgargiante e per un fazzoletto intorno al collo. Durante le rumorose e chiassose sfide paesane, nelle case si accendeva il fuoco per scaldare la pelle dei tamburelli per renderla più tesa e in grado di rimandare la pallina più distante.
Di questo primo periodo ricordiamo che è Elia Franchini l’iniziatore di una tradizione che durerà diverse generazioni e porterà il piccolo borgo di Quaderni per molti lustri a fregiarsi del titolo di “capitale tamburellistica d’Italia”. Col passare degli anni il rapporto peso – volume della palla di gomma, rispetto a quella di cuoio, fa cambiare il modo di giocare. I battitori dell’epoca imparano ben presto che bagnando la pallina con il sudore si può imprimere al proiettile pazze direzioni.
La velocità e le distanze raggiunte dalla palla di gomma aumentano decisamente. Nella storia del tamburello gli anni dal 1924 al 1928 sono di transizione, anche i tamburelli compiono un sostanziale salto di qualità: nelle botteghe a Verona o a San Floriano la pelle equina ha sostituito la suina e la bovina.
Con il passare degli anni da gioco sostanzialmente individuale il tamburello diviene gioco di squadra, soprattutto dopo la grande innovazione del campo limitato avvenuta nel 1952. Anche la forza di ogni squadra passa da quattro a cinque unità. La tradizione tamburellistica veronese continua comunque anche tra le mille difficoltà: oggi si possono contare una trentina di società operanti in provincia con sessantadue squadre divise nelle varie categorie.