Nel corso della sua storia, il mondo dello sport ha conosciuto campioni dal talento così puro e cristallino da resistere all'erosione del tempo. Se per la maggior parte degli sportivi il sipario cala a pochi anni dalla fine della carriera agonistica, per un ristretto numero di essi la fine delle gare, della rincorsa ossessiva ad un record o all'ultima vittoria che ancora manca non è altro che un passaggio, il gradino finale dal quale la propria epopea spicca il volo per diventare leggenda e rimanere così indimenticabile anche a distanza di decenni e di nuovi campioni.
Ogni disciplina sportiva ha un'élite di fuoriclasse le cui gesta rimangono inossidabili nonostante il tempo che passa: giusto per fare qualche esempio basti ricordare Eddie Merkx e Fausto Coppi nel ciclismo, Jesse Owens e Carl Lewis nell'atletica leggera, passando per Maradona e Pelé nel calcio e Michael Jordan nel basket.
In questa cerchia ristretta di personaggi straordinari va inserito anche Tazio Nuvolari, leggendario asso dell'automobilismo internazionale di un'epoca lontana, quando ancora la Formula Uno non esisteva e i piloti rischiavano davvero di non rivedere più mogli o fidanzate, una volta saliti sulla propria monoposto.
“Nivola” – così lo chiamavano i suoi tifosi – nacque nel 1892 a Castel d'Ario, in provincia di Mantova e fin da piccolo respirò aria di sport: il padre Arturo e lo zio Giuseppe erano infatti appassionati ciclisti e, vista la sua corporatura esile, ipotizzarono un suo futuro come fantino.
Poco più che bambino, Tazio vide per la prima volta una corsa automobilistica (il Circuito di Brescia del 1904) e scoppiò subito in lui la passione per la velocità. Affascinato dal rombo dei motori e per nulla intimorito dal pericolo che gare del genere comportavano, decise che sarebbe stato quello il suo destino: sarebbe diventato un pilota.
La sua carriera cominciò con le motociclette negli anni Venti: ottenuta la licenza professionistica nel 1920, la prima vittoria assoluta è dell'anno successivo, sul circuito veronese del Pozzo. Nei primi anni è sulle due ruote che Tazio raccoglie i risultati migliori, soprattutto a bordo della Bianchi “Freccia Celeste” con la quale divenne campione italiano ed europeo. Ad ogni vittoria, Nuvolari diventava sempre più popolare: il pubblico lo amava, gli avversari lo rispettavano e cercavano di imitarlo per carpirgli qualche segreto e la stampa coniò per lui un soprannome – “il campionissimo” – che in seguito verrà accostato ad un altro grande fuoriclasse italiano, Fausto Coppi.
Nel biennio 1927-'28, il “mantovano volante” decide di concentrare i propri sforzi sull'automobile e i successi non tardano ad arrivare: la prima affermazione internazionale è nel Gran Premio di Tripoli dell'11 marzo 1928 e nel 1930 arriva anche la vittoria nella prestigiosa Mille Miglia. All'inizio degli anni Trenta il suo nome si lega a quello di Enzo Ferrari, rivale nelle prime gare della sua carriera e diventato nel frattempo costruttore, che lo aveva scelto come pilota di punta per la sua scuderia. Tra le numerose vittorie ottenute sotto il simbolo del Cavallino vale la pena ricordare due delle più importanti nell'intera carriera di Nuvolari, la Targa Florio conquistata nel 1931 e bissata l'anno seguente.
Le sue imprese memorabili e spesso al limite della leggenda fecero di Nuvolari un pilota famoso in tutto il mondo, tanto da attirare addirittura l'attenzione di personalità che poco o nulla avevano a che fare con il mondo dello sport, come ad esempio Gabriele D'Annunzio (che gli regalò come portafortuna una tartaruga, con la dedica “All'uomo più veloce, l'animale più lento”) e Benito Mussolini (il quale lo invitò a Roma e si fece ritrarre a bordo dell'Alfa Romeo P3 con cui il pilota mantovano aveva vinto la Coppa Acerbo).
Nel 1933 l'alchimia con Ferrari si ruppe e Nuvolari decise di mettersi in proprio, contrariato per alcune decisioni interne alla Scuderia che – a suo dire – lo avrebbero danneggiato a favore degli altri piloti.
Il legame con il costruttore modenese è però destinato a riprendere appena un anno più tardi. Dopo una stagione difficile caratterizzata da numerosi ritiri, Nivola è in procinto di passare alla tedesca Auto Union: all'ultimo momento viene però scelto al suo posto Achille Varzi, grande amico-rivale con il quale aveva condiviso l'avventura alla Ferrari. Tutt'altro che abbattuto, il pilota mantovano si riappacifica con Ferrari e, dopo appena un anno, torna a far parte del Cavallino.
Tra le numerose vittorie che Nuvolari coglie dopo essere tornato alla guida della Rossa, resta indimenticabile quella del Gran Premio di Germania del 1935, quando taglia per il primo il traguardo al volante di una P3 notevolmente inferiore alle vetture delle due scuderie di casa, la Mercedes-Benz W25 (3990 cm cubi, 430 CV) e l'Auto Union 4-tipo B (4950 cm cubi, 375 CV).
Le stagioni si susseguono rapide, tra alterne vittorie e qualche periodo di crisi che lo porta a cambiare più volte vettura. La capacità di non arrendersi mai e la grinta da vero combattente rimangono invariate per tutta la sua carriera e il suo fascino nei confronti degli appassionati resiste anche al suo ritiro, che avviene gradualmente a fine anni Quaranta.
Gli anni di vittorie in giro per il mondo erano ormai un ricordo e il suo fisico appariva sempre più debilitato: un ictus lo colpì nel 1952 lasciandolo parzialmente paralizzato, mentre un altro, l'anno successivo, gli fu fatale. Nuvolari morì l'11 agosto 1953, acclamato dai propri tifosi che parteciparono in massa al suo funerale, al quale presero parte piloti del calibro di Juan Manuel Fangio e Alberto Ascari, oltre allo stesso Ferrari, che anni dopo dichiarò: «Non appena mi giunse notizia della sua fine partii per Mantova. Nella fretta mi persi in un dedalo di strade sconosciute della città. Scesi di macchina, chiesi ad un negozio di stagnino la via per villa Nuvolari. Ne uscì un anziano operaio, che prima di rispondermi fece un giro intorno alla macchina, per leggere la targa. Capì, mi prese una mano e la strinse con calore. "Grazie di essere venuto" – bisbigliò commosso – "Come quello là non ne nasceranno più"».