ROMANO MATTE' E I RADIOHEAD

Grande sportivo e intellettuale assetato di conoscenza. Romano Matté, grande amico di Panathlon Planet, raccontato con le parole dello studente Andrea Fait.

Gli echi del festival di Sanremo sono ancora nell’aria, e mi è difficile non cedere alla tentazione di tirare per i capelli una improbabile metafora canora.

Per quattro giorni la televisione e le radio non ci hanno dato tregua, bombardandoci le orecchie con canzoncine che potrebbero andare bene al massimo per la filodiffusione in ascensore: melodie scontate, testi che, cavalcando l’onda emozionale del concomitante San Valentino raccontano il solito inflazionato amore, l’invariabile architettura del ritornello che segue la strofa, da ripetersi generalmente per il classico paio di volte, il tutto interpretato da musicisti tecnicamente virtuosi e da voci il più delle volte intonatissime e piacevoli all’udito, insomma un bel prodotto confezionato con impeccabile maestria da professionisti navigati del settore, pronto per gli scaffali dei negozi. Invariabilmente, come un cane da tartufi al quale si sia sputtanato l’olfatto, non riesco proprio a scorgere dove si nasconda l’anima, mi si fa strada infine il forte dubbio sulla sua reale esistenza. E non importa, se l’interprete non è quasi mai l’autore della canzone; d’altronde, come ad una fiera dei cavalli o ad una sfilata delle miss, alla fine del weekend verrà premiato il più bravo o la più bella, si fa arte per vincere e per vendere, mica per una fantomatica esigenza vitale di esprimere l’essenza del proprio essere.

Il gusto, ci mancherebbe altro, è quanto di più personale ci caratterizzi. Appunto per questo, rivendico il mio personale amore per i Radiohead: di un altro pianeta, non ci piove! Mia personalissima considerazione, ribadisco il concetto. Mai ripetitivi, sempre alla ricerca di nuovi territori da esplorare, di nuove frontiere musicali da raggiungere e superare, sperimentatori a tutti i costi, non si sono crogiolati sugli allori di un inizio di carriera folgorante che in paio di anni li aveva catapultati nell’Olimpo del rock ma si sono rimessi continuamente in discussione: destrutturazione della forma canzone, le più disparate contaminazioni, ritmiche che sembrano uscite da un vecchio frullatore il cui motorino è ormai alla frutta (in questo modo, ai loro concerti, sono riusciti nel modo più geniale ad eliminare l’odioso momento in cui gli spettatori manifestano il loro entusiasmo battendo felici le mani a tempo come i bambini; nessuno riuscirebbe a farlo senza sbandare ed uscire rovinosamente di strada già alla terza battuta!), il titolo di un album, “Hail to the thief”, dedicato al presidente Bush all’indomani della sua quantomeno sospetta vittoria sul rivale Al Gore, vendita ad offerta libera di uno dei loro ultimi album, ma soprattutto, quello che emerge nella maniera più evidente, un amore incondizionato ed una passione viscerale verso la musica. Altro che palme d’oro da mettere in casa sul comodino…

Non so per quale scherzo carnevalesco della mia fantasia, Romano Mattè mi fa pensare in qualche modo ai Radiohead. O comunque, a tutto quello che con il festival di Sanremo non c’entra una fava.

Forse, scavando nella sua sfera più privata, si verrebbe a scoprire che è anche un musicista o un cantante capace di infiammare la platea. Sicuramente, è un sacco di altre cose: un fine intenditore di calcio, un amante della cultura, un assetato della conoscenza, un mirabile cantastorie.

E di storie da raccontare ne ha una saccoccia bella piena, Romano, grazie ad una carriera di allenatore ad altissimi livelli, durante la quale ha portato le sue conoscenze calcistiche su e giù per lo stivale per poi esportarle anche in giro per il mondo, prima in Indonesia ed infine in Mali.

E’ un appassionato di storia, tra le altre cose, un curioso ricercatore delle proprie radici, ed un profondo conoscitore delle battaglie che hanno combattuto i nostri antenati. E me lo immagino quando ancora allenava, mister Mattè. Posso soltanto provare ad intuire il suo modo di rapportarsi con i giocatori, ma se devo azzardare una mia personale istantanea, di quelle da quattro soldi con la grana spesso e pure un po’ sfuocata, me lo immagino come un condottiero, fiero e combattivo, capace di motivare ad accendere il fuoco sacro nei propri giocatori, allineati ordinatamente dietro di lui con la lancia spianata e pronti a seguirlo ovunque avesse deciso di portarli, anche a cercare funghi, se ce ne fosse stato bisogno per fare una polenta come dio comanda. Allo stesso modo, me lo immagino furente rispedire con un ben assestato calcio nel culo al proprio paese sul primo treno che passasse di lì, fosse stato anche un carro bestiame, il primo Cassano che avesse provato a sabotare il proprio lavoro e a rovinare l’assetto tattico tanto puntigliosamente predisposto.

Ho avuto la fortuna di imbattermi in Mattè un paio di volte, nel recente passato, e invariabilmente sono stato investito dalla sensazione di ritrovarmi ad essere una bandieruola, di quelle che vengono issate in spiaggia quando il mare è grosso ed è pericoloso fare il bagno, in balia della tempesta: sbattuta in qua e in là da raffiche di pensieri e racconti, risucchiata in mulinelli vorticosi di parole, miracolosamente sfiorata dal saettare di un latinismo un attimo prima del rimbombare fragoroso di una citazione di Macchiavelli.

Che l’occasione sia una lezione universitaria sul doping o un più informale pranzo tra amici, la sostanza non cambia: la sua voce rimbomba per tutta la sala, dando vita ad una catena ininterrotta di storie, racconti, dissertazioni storiche e scientifiche. Perché per lui la conoscenza è l’acqua, vitale e necessaria per l’omeostasi corporea e per la vita sul nostro pianeta: assetato come un pozzo dopo qualche settimana di siccità, dopo averne fatto il pieno, sente altresì il bisogno di risputarla fuori generosamente ed impetuosamente come un geyser.

Nell’occasione in cui, per una serie di fortunate coincidenze, mi ritrovo seduto allo stesso tavolo con Romano, l’arrivo al tavolo di un piatto di cous cous che fumacchia generoso a metà strada tra me e lui fa fare alla mia immaginazione una capriola, e per un fugace istante mi sembra di vedere Romano assumere le sembianze di una pentola a pressione: sembra che un cuoco sbadato abbia lasciato inavvertitamente il gas acceso e si sia preso il finesettimana libero, l’acqua gorgoglia che è un piacere e non vuole sentire ragioni, bisogna a tutti i costi lasciarla uscire, se non le si dà una via di fuga si rischia che salti in aria il palazzo. E così Romano non si concede un attimo di tregua, la pressione non può essere lasciata salire troppo, qui sennò scoppia tutto: passa senza soluzione di continuità dalla battaglia di Caporetto ad Alcide De Gasperi ai fondamenti dell’allenamento neuronale e situazionale, concedendosi tra il primo e il secondo tempo di rivangare nel proprio scrigno dei ricordi raccontando dell’anno in cui insegnò in un liceo a Bolzano e delle partite memorabili organizzate tra le squadre di calcio dei vari istituti superiori della città. Mentre io sto bevendo un caffè e lui un bicchiere di latte, di punto in bianco sbotta: “Quali sono i tre cardini dell’intensità?”, ed io mi ritrovo da capo a pendere dalle sue labbra, vorrei avere nascosto un registratore da qualche parte e riascoltarmi più tardi con calma tutto quanto per non perdermi nulla, perché la sensazione è quella di essere il goffo protagonista di un videogioco, in equilibrio precario su una passerella sospesa sopra ad uno stagno alle prese con una pioggia di caramelle e dolciumi da dover afferrare al volo per riempire la propria saccoccia, ma i riflessi sono troppo lenti, o la pioggia troppo fitta, per non lasciarsene sfuggire una dose considerevole che finisce in pasto ai coccodrilli che aspettano di sotto con le fauci spalancate.

Tra un discorso e l’altro, quasi come un intercalare, ogni tanto ritorna prorompente il suo Zero-Infortuni-Muscolari! Ma non lo dice per vanteria o per sbatterti in faccia le sue innegabili conoscenze nel campo della preparazione fisica dei calciatori; ricorda piuttosto questo singolare e quasi miracoloso piccolo record raggiunto ai tempi in cui allenava la nazionale giovanile indonesiana con una velatura di rammarico e di amarezza, quasi incredulo davanti ai disastri che riescono a combinare tanti preparatori atletici che popolano il mondo del calcio dei giorni nostri, ciechi e beati nella loro ignoranza.

Ed è forse per questa insofferenza nei confronti dell’ignoranza diffusa e della cialtroneria che regna sovrana, che si dona generosamente a chi sia posseduto dal fuoco sacro della passione ed abbia l’umiltà di chiedergli un consiglio. Raccontava un giovane allenatore intervenuto in una lezione che, qualche anno fa’, all’inizio della propria carriera, avendo avuto da un amico il numero di telefono di Romano Mattè , lo aveva chiamato per chiedergli una sorta di consulenza. Rimase assolutamente spiazzato, quando Romano gli diede appuntamento per la mattina successiva a casa sua, dove lo aspettò alle sei e mezza con la moka del caffè che brontolava allegra.

In una palude infestata di zanzare che al confronto la zika è un moscerino della frutta, Mattè sembra quasi una di quelle gigantesche pistole che sbuffano fuori enormi nuvole di insetticida che ultimamente si vedono nei servizi dal Brasile nei vari tg nazionali. Quando inizia a snocciolare nel suo linguaggio colorito qualche aneddoto non proprio edificante, una valigetta di soldi non troppo puliti qua, un incarico sospetto di là, un ingiustificato e del tutto illogico sollevamento da un incarico, il tutto condito con l’immancabile tradimento, non lo fa però per il gusto di stupirti con uno scoop che renderebbe felice come un bambino il conduttore di turno di qualche tv locale, lo vedi che ne è intimamente ferito ed in qualche modo addolorato, della piega che ha preso il mondo del calcio. O, più in generale, il mondo. Mentre faccio a piedi un tratto di strada con lui prima di ritornare in stazione per effettuare un secondo tentativo che spero sarà più fortunato del precedente, che ho mancato per un laccio di una scarpa che mi si era allentato, in mezzo al marciapiede svolazza un volantino che reclamizza le offerte speciali di una catena di supermercati; non nascondendo un moto di disappunto nei confronti della cialtronaggine diffusa, lo raccoglie, se lo porta dietro fino a metà della via per poi lasciarlo finalmente libero nell’apposito contenitore per la raccolta differenziata. Fosse dotato di poteri sovrannaturali, sono sicuro farebbe la stessa cosa con gran parte della classe dirigente, calcistica e non, e i cassonetti dell’umido straborderebbero, ripiomberemmo in un istante in una nuova emergenza rifiuti. Magari un giorno qualcuno inventerà un eroe dei fumetti con i baffi di Mattè; nel frattempo, una stradina laterale dove lui passeggia mentre ritorna a casa, dopo il suo passaggio sarà sicuramente un po’ più pulita.

Andrea Fait

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23 febbraio 2016

Notizia redatta da Redazione