L'editoriale

L'EDITORIALE DI MASSIMO ROSA

Dove trova la sua massima espressione il Fair Play?

L’Editoriale

 

                                                

 

La tanto abusata parola “Sport” deriva dal verbo latino deportare che, tra i suoi diversti significati, voleva dire anche andare fuori dalle mura per praticare le attività ludiche: dunque questa la sua nobile nascita. Visto che i romani erano padroni del mondo di allora, seminarono la loro lingua un po’ ovunque in Europa, così deportare divenne deportar per i provenzali; deporte per gli spagnoli;  desporte per i francesi e disport per i britannici che, solo nel XVI secolo divenne l’attuale Sport.

Dunque “Tempo libero” dedicato al bene della salute e dell’anima attraverso una sana attività all’aria aperta.

Nel tempo libero i greci si dilettavano nei giochi pubblici, dando così vita nel 776 a.C. alle Olimpiadi: in queste, oltre alle prove sportive, trovavano spazio anche l’arte e la cultura in una sorta di “Red carpet” dei nostri giorni, poiché era assicurata la presenza dei migliori poeti ed artisti del momento.

I romani, invece, amavano più la forza bruta delle lotte all’ultimo sangue dei gladiatori, se non il mortale confronto tra tigri, leoni ed uomini. Il pubblico era quello che molto più tardi sarebbe divenuto l’arbitro dei nostri giorni, infatti se il pollice dei sempre numerosi spettatori era rivolto in alto il malcapitato di turno era destinato a morte se, invece, era rivolto al cielo il gladiatore poteva tirare un respiro di sollievo, poiché per quella volta aveva salva la vita. Oggi fortunatamente l’intervento dell’arbitro è di tutt’altra specie.

Ai nostri giorni resta la passione che si vive negli stadi, dove lo sport trova il suo spazio.

E’ ovvio che oggi il pollice su o giù ha un senso puramente simbolico giacché non si è più chiamati a decidere della vita o della morte di chi si affronta in campo, ma resta comunque il fatto che questa atavica usanza qualcuno dei nostri contemporanei la interpreta in maniera distorta.

Ci sono tre tipi di violenza negli stadi: quella del pubblico verso il pubblico, quella del pubblico verso il giudice di gara e quella del pubblico verso i protagonisti della partita.

Ecco così uscire la violenza punitiva nei confronti dell’avversario: vedi il fenomeno di certe curve violente nostrane od il fenomeno dei terribili Hooligan inglesi ed olandesi. Per questa tipologia di personaggi lo sport non ha alcun valore etico, bensì esso diviene violenza pura e semplice, il cui dogma è abbattere l’avversario, non certamente in senso allegorico.

La persona che veste colori diversi diviene dunque l’obiettivo da abbattere, il nemico atteso un’intera settimana su cui sfogare il proprio idiota ego macho.

Negli stadi di calcio secondo Sport, Etiche, Culture, edito dal Panathlon International, dal 1968 in poi, vi sono stati circa 600 morti ed oltre 6.000 feriti. E proprio pochi giorni or sono a Porto Said in Egitto ve ne furono oltre 70, qui forse anche per ragioni politiche di tensioni volute.

Per fortuna c’è però da dire che non tutti gli sport da stadio alimentano questa distorta passione, come ad esempio il gioco del rugby, gioco dove il Fair Play trova la sua massima espressione. Infatti, mentre il pubblico delle due parti sostiene i propri beniamini con canti e slogan, mai rivolti però contro l’avversario, i giocatori in campo se le danno di santa ragione, sempre comunque nel rispetto dell’avversario. Poi, una volta terminato l’incontro, si stringono la mano da veri sportivi, ritrovandosi più tardi a cena, rigorosamente vestiti in smoking, come vuole la tradizione anglosassone, dove tra canti e birre disputano il cosiddetto “Terzo tempo”.

Ecco il Fair Play dovrebbe essere quel comportamento da tenere sempre e comunque durante lo svolgimento di una competizione agonistica, anche se la pratica sportiva richiede alle volte degli atteggiamenti ruvidi: non importa, ciò che è invece basilare è il rispetto dell’avversario, soprattutto quando sta soccombendo.

L’esempio del rugby è dunque la testimonianza di come lo sport debba essere praticato, e come questo debba essere interpretato e sostenuto dai supporter, cioè tifando per la propria squadra e non contro gli avversari, poiché se questi non ci fossero i campo non ci sarebbe e non si vincerebbe alcuna partita … e saremo sempre vittoriosi: ”Ma contro chi ?”, nessuno.

I valori dello sport, ed il comportamento della sua pratica, sono elementi fondamentali per la crescita dell’individuo in ogni sua accezione spirituale e fisica.

In parole povere lo sport è vita. Basta crederci.

 

Massimo Rosa

15 febbraio 2012

Notizia redatta da Federico Vaccari